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Home > Santi Martiri > Storia, tradizione e religiosità popolare

 

Storia, tradizione e religiosità popolare

All'imperatore Antonino, per la sua bontà soprannominato Pio, successe sul trono di Roma Marco Aurelio (anno 161) il quale a sua volta si associò nel comando Lucio Vero, uomo dedito solamente alla mollezza ed alla crapula.

Marco Aurelio, filosofo stoico e zelante cultore degli idoli, riteneva i Cristiani gente torbida e pericolosa per lo stato, perciò ordinò che fossero ricercati per tutto l'impero ed indotti a rinnegare la fede o tratti a morte. Il fanatismo dell’ imperatore, il furore del popolo e l'avidità dei proconsoli  concorsero a dare a  questa quarta persecuzione un carattere

particolare di atrocità per la crudeltà dei supplizi usati.

Il prefetto dell’ Imperatore, di nome Ponzio, ebbe l'incarico di recarsi nelle Gallie per giustiziare chiunque si fosse rifiutato di sacrificare agli dei. Arrivato nella regione della Borgogna, venne a sapere dell'esistenza di tre cristiani che non intendevano abiurare la loro fede. Si trattava di Simplicio, discendente da nobile e ricca famiglia, che dalla moglie Gaudenza aveva avuto due figli, Costanzo e Vittoriano. Simplicio non vedendosi più sicuro di professare pubblicamente la sua religione, distribuì ai poveri le sue ricchezze e con i figli passò nella Dalmazia mentre Gaudenzia si univa ad altre pie donne in un sacro ritiro, dove amando e servendo Iddio, santamente morì, assistita negli ultimi momenti, come vuole una pia tradizione dalla Vergine SS. che portò l'anima innocente al Cielo.
La Dalmazia, dai Romani detta Portus Illirius, fu il campo dell'apostolato dei Santi Simplicio, Costanzo e Vittoriano. Sebbene non furono essi i primi ad apportare in quella regione la luce del Vangelo, certamente contribuirono molto perché quel popolo si convertisse alla religione cristiana.
Il prefetto Ponzio dalle Gallie passò nella Dalmazia per indire anche qui una persecuzione contro i Cristiani. Egli era latore di un rescritto imperiale, col quale si ordinava di arrestare e condannare a morte tutti i Cristiani e di mandare a Roma per essere giustiziati quelli che discendevano da nobile o illustre casato.
Dopo un netto rifiuto dei tre uomini di abiurare la loro fede, il prefetto indignato ordinò ai soldati che li bastonassero alla sua presenza con verghe di ferro, finchè non avessero rinunziato alla loro falsa religione. Accadde allora il primo evento prodigioso: coloro che avevano eseguito l'ordine caddero morti di colpo misteriosamente.
Il prefetto Ponzio non poteva pronunziare la sentenza di morte contro Simplicio ed i figli, giacchè discendendo essi da nobile famiglia, dovevano essere condotti a Roma davanti all’ imperatore.
Durante il viaggio, essi operarono numerosi prodigi, il più notevole dei quali a Ravenna dove ridonarono la vista a una giovane, cieca da otto anni, figlia di un nobile patrizio di nome Cornelio.
Dopo un lungo e faticoso cammino S. Simplicio ed i figli arrivarono finalmente alla città eterna. Arrivati nella terra santificata dal martirio degli Apostoli Pietro e Paolo si sentirono più forti nella fede, con un unico pensiero che li affliggeva, di non poter visitare la tomba degli apostoli. Miracolosamente, anche in questo desiderio furono accontentati: si trovarono sul luogo desiderato, sciolti dalle catene, senza che i soldati se ne fossero avveduti.
In quei giorni a Roma si suscitò una grande sedizione fra i Cristiani ed i pagani. I pretoriani addossarono la colpa ai soli Cristiani arrestandone molti, tra i quali Simplicio, Costanzo e Vittoriano che furono riconosciuti dai soldati di scorta.
Essi dovevano comparire dinanzi agli Imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero per essere giudicati; ma né l'uno né l'altro si trovavano allora nella città. Essendo il mese di agosto gli Imperatori, per evitare i calori estivi, si erano trasferiti nelle loro ville imperiali. Il primo si trovava nelle Gallie, l’ altro stava a respirare le miti e fresche aure marsicane presso S. Potito, dove sperava di guarire dal mal d'occhio che lo tormentava.
I tre Santi furono condotti dinanzi all'Imperatore Lucio Vero che, dopo un ulteriore rifiuto di sacrificare agli Dei, ordinò ai soldati di andarli a rinchiudere in una oscura prigione, senza portare loro né cibo né bevanda di sorta. I soldati obbedirono, Simplicio ed i figli furono rinchiusi in una grotta ripiena di scorpioni e di serpenti velenosi che miracolosamente non gli arrecarono alcun danno.
I persecutori tentarono invano di persuaderli a sconfessare il loro credo. Nella notte del terzo giorno, alla vigilia della gloriosa assunzione al Cielo, una voce divina preavvertì i Martiri di quanto sarebbe accaduto il giorno dopo. Condannati a morte, furono legati sopra un carro trainato da giovenchi e poi lasciati in balia dei medesimi lungo i dirupi del monte Tino.
Prodigiosamente i giovenchi scesero mansueti fino alla sorgente della Fonte D'Oro (attuale Fontegrande). I satelliti di Lucio Vero non si commossero anzi, inferociti si armarono di taglienti scure e recisero il capo agli invitti, all'ora nona del 26 agosto del 171.
In conformità con le ore della morte del Redentore ci furono, anche allora, un terremoto ed un soldato convertito: Cesareo. Le ossa furono rinvenute nel 1054 da Fra' Giovanni da Foligno e, dopo varie traslazioni, hanno avuto una sistemazione definitiva (24 agosto 1709) nell’ altare maggiore della chiesa di S. Giovanni Battista, dove oggi religiosamente sono custodite entro preziosissime urne.

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Tradizione e religiosità popolare

La tradizione e la religiosità popolare dei Santi Protettori di Celano ha sempre richiamato nel corso dei secoli l’ attenzione di studiosi e teologi per i suoi contenuti e i risvolti di ordine socio-culturale. Intorno al martirio, vero o presunto dei Santi Simplicio, Costanzo e Vittoriano i celanesi hanno creato riti religiosi e pagani, di folklore mistificato, tanto da formare un autentico culto popolare.
L’ invenzione delle reliquie dei Santi Martiri di Celano, va inserita in un particolare contesto storico. Attorno all’ anno mille , nell’ ambito delle gerarchie ecclesiastiche medievali, l’ invenzione delle reliquie dei santi divenne una potente arma di evangelizzazione usata come mezzo per calamitare la devozione popolare. Le reliquie erano considerate dalle masse di fedeli il tramite diretto con il soprannaturale e dunque degne di venerazione.
Nel 1056 papa Vittore II elesse Vescovo dei Marsi Pandolfo Berardi, discendente dell’omonima famiglia di conti provenienti dalla Borgogna, ottenne, con la discesa in Italia nel 926 di Ugo di Arles per cingere la corona, l’investitura comitale dell’Abruzzo nella quasi totalità. Dopo la sua elezione, Pandolfo si preoccupò, con una serie di velleitarie iniziative, di creare a Celano, un potente polo di aggregazione religiosa da contrapporre alla sede diocesana della Civitas Marsicana e a Carseoli.
orso dei secoli l’ attenzione di studiosi e teologi per i suoi contenuti e i risvolti di ordine socio-culturale. Intorno al martirio, vero o presunto dei Santi Simplicio, Costanzo e Vittoriano i celanesi hanno creato riti religiosi e pagani, di folklore mistificato, tanto da formare un autentico culto popolare.
Due iniziative di notevole importanza furono la fondazione della Chiesa di Sancti Joannis Caput Aquae, odierna Madonna delle Grazie, e con certezza l’ invenzione delle reliquie dei Santi Martiri Simplicio, Costanzo e Vittoriano. Probabilmente queste provenivano da Roma, che era il luogo più ricco di catacombe e sepolcri cristiani.
La tradizione vuole che la depositio delle reliquie venne effettuata nella chiesa di S. Giovanni Capodacqua e riposte entro un’ arca marmorea dove rimasero anche dopo la distruzione da parte di Federico II di Svevia, del primitivo paese edificato sul fianco del Monte Tino . Dopo la ricostruzione del nuovo borgo medievale sul Monte S. Flaviano, durante il pontificato del papa abruzzese Innocenzo VII, il 10 giugno 1406, le reliquie furono trasferite nella chiesa castrale di S. Giovanni Battista poste in una grande urna marmorea, opera di Giovanni da Parma, in una cappella eretta nel luogo dell’ attuale sacrestia.
Il 24 agosto 1709 ebbe luogo l'ultima definitiva traslazione: le reliquie raccolte in tre teche d’ argento dorate e di cristallo, vennero collocate al di sotto dell’altare maggiore, ricostruito in parte con gli stessi marmi scolpiti da Giovanni da Parma.
Lo scorrere del tempo non ha scalfito l'attaccamento e la venerazione dei Celanesi per i Santi Protettori, da sempre invocati dai fedeli al fine di proteggere la città dalle calamità naturali e dalle miserie umane. Oggi, anche se i tempi sono profondamente cambiati, restano ancora tre le processioni che sfilano durante l'anno.
Il 24 gennaio, festa d’inverno, le sei confraternite accompagnano le reliquie dei Santi Martiri per le strade della città , alla loro intercessione, infatti fu attribuita l’interruzione delle scosse sismiche di un terremoto che si abbattè sulla Marsica, in questo giorno, nel 1778.
Il primo martedì dopo la Pentecoste, festa di primavera, si snoda per le strade della città un ‘altra processione, che ha la chiara funzione di benedire il territorio celanese. Il fulcro del corteo è ancora una volta rappresentato dalle reliquie dei Santi Martiri accompagnate dalle sei confraternite.
La processione che si tiene il 26 agosto, festa d’estate, ricorda la morte di tre uomini resi Martiri dall’impegno profuso nella propagazione della fede. Le sei confraternite danno lustro al corteo, sfilando secondo un ordine ben preciso che rispetta l’anteriorità di fondazione, ma prevede che siano i membri della confraternita del Santissimo Sacramento e Santi Martiri ad occuparsi del trasporto delle urne .
E’ grazie alle confraternite che Celano ha conservato molte feste legate ai santi che in altri luoghi sono scomparse perfino dalla memoria. I membri di queste associazioni laicali hanno ricevuto un importante eredità dai propri padri, un'eredità che intendono onorare e rivitalizzare con l’aiuto dei giovani.

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